Cronaca di un coro 3
di Barbara Barbi
Il bardo racconta…
Questa volta i prodi coristi,
per cantare Resistenza,
son partiti da Florentia
con maestro e musicisti
ed un mezzo adatto all’uopo.
Superata poi di Placentia la cittade
han percorso quelle strade
della valle detta Trebbia,
la cui beltà fu cantata
in un tempo ormai lontano da
un famoso romanziere americano.
L’antica Bovius era la meta,
amena cittadina
col famoso Ponte Gobbo,
il castello Malaspina
e di San Colombano l’abbazia
e poi vicoli, piazze e chiese che
raccontano la storia del paese.
Ecco i nostri, ivi giunti
ben gaudenti ma affamati
dal mattino han trovato
qualcosa da metter sotto ai denti
al ristorante “Giardino”.
A quell’ora, per ognuno,
“più che l’arte poté il digiuno”:
il nutrimento culturale
era stato rimandato
ad una più consona ora
post-prandiale.
Ora mi perdonerete
questa breve interruzione
per la quale sono pronta
a spiegarvi la cagione:
fare il bardo in questi tempi
è davvero impegnativo,
per la cronaca bobbiese
prenderete ciò che scrivo
con linguaggio più normale,
indi poscia il poeta medioevale
cede il passo ad un cronista
con un lessico attuale.
Dopo il pranzo, (un po’ oneroso)
su licenza del maestro,
qualche ora di riposo
da gestire a piacimento,
c’era poi l’appuntamento
nel chiostro abbaziale
per l’ultima prova in loco
prima del concerto serale.
Siam saliti su quel palco
con il sole ancora alto
e già dopo i canti partigiani
si era levato tra i coristi
un gran sventolar di mani,
di fazzoletti e di ventagli
e mentre il maestro
sistemava gli ultimi dettagli,
proprio sul più bello,
c’è stata anche
l’apertura di un ombrello!
I musicisti invece
in questa occasione
han mostrato più spirito
di sopportazione,
forse perché sono di una
ben più giovane generazione…
Il maestro poi non fa testo,
sembra infatti non avere
un organismo normale
e a noi tutti è ormai ben noto
il suo “stoicismo musicale”.
Questa volta però
ha rischiato di essere
abbandonato con una
“Sinfonia degli addii”
versione coristi,
dove i poveretti ad uno ad uno
lasciavano stremati il palco
per tornare ritemprati alle 21.
Le prove di “Resistenza”,
all’aperto in estate,
“sono cose delicate
devono essere evitate”.
E alle ventuno siam tornati
con piglio deciso e
tanta motivazione
per dare il nostro contributo
a questa ricorrenza
per la liberazione.
Prima i saluti delle Autorità,
poi il ricordo della giovane
partigiana Maria
e il suo sacrificio
per la libertà,
poi la lettera di Giovanni
al nonno Ciro per cui è nata
questa Rapsodia.
(Mentre cercavo nuova ispirazione
è arrivato l’annuncio del maestro,
grande è stata la delusione
che ha bloccato tutto il resto:
ci vuole tempo per ripigliarsi,
si rimanda il finale
a data da destinarsi).